Tratto dal libro di Carmen e Wanda Conte “Voci di un mondo che cambia” – Enzo Nocera Editor – per gentile autorizzazione delle autrici che ringrazio sentitamente. Viene ricordata una persona emblematica del passato Torellese: “donna Carmela” (1883 – 1972)
I ricordi ci vengono incontro da lontano, da molto lontano. Sono dapprima confusi, incerti, inafferrabili, poi si fanno sempre più chiari, più nitidi e si caricano di magiche atmosfere, di sensazioni antiche che si materializzano nelle voci, nei suoni, nei canti, nei colori, nei volti della giovinezza. Ci svestiamo dei nostri anni e ci prendiamo per mano per rivivere insieme uno spaccato del nostro radioso mattino.
La via silenziosa, polverosa e assolata si sveglia improvvisamente al passaggio di un’allegra brigata: sono gli alunni della Scuola Selma Lagerlöf diretti al Segghióne per assistere alla smielatura organizzata da don Edoardo per quel giorno.
Non eravamo nuovi a queste uscite didattiche, perché la nostra insegnante fondava la conoscenza non solo sui libri, ma anche sull’esperienza di vita, l’osservazione diretta delle cose e la ricerca.
La Scuola Selma Lagerlöf non era statale e nemmeno una privata autorizzata. Era tenuta gratis nel Castello dalla proprietaria donna Carmela Ciamarra, la quale, pur non avendo un titolo specifico, era un’insegnante insuperabile nel suo genere. Formatasi a Napoli nei migliori collegi della società bene, era dotata di una spiccata sensibilità. Amava i giovani, la letteratura, la pittura, la musica e la natura. S’interessava anche di medicina e in paese non c’era persona che non ricorresse a lei per qualche necessità.
La scuola, nata da un gesto di amore della nobildonna per la sua terra, culturalmente ancora molto arretrata, accoglieva ragazzi volenterosi e interessati a proseguire gli studi dopo il corso Elementare.
La “fondatrice” l’aveva intitolato alla scrittrice svedese Selma Lagerlöf, premio Nobel per la letteratura nel 1909, perché affascinata dalla naturalezza e dalla freschezza delle sue opere e dalla semplicità dei personaggi. Anche se la scuola portava questo nome da tempo, l’inaugurazione avvenne nella sala grande del palazzo l’anno del nostro ingresso.
Erano tempi di guerra, ma la festa riuscì a meraviglia. Parteciparono alunni vecchi e nuovi. Qualcuno, trovandosi in licenza, vi prese parte in divisa militare. Intervennero anche genitori, amici e tanti contadini. Gli ingressi e le sale del Castello furono addobbati con carte veline e striscioni recanti il nome della scrittrice, ornato di disegni variamente colorati. In questo fummo insuperabili! O almeno lo credemmo. A sera, dopo il modesto pranzo per gli alunni, ci fu un intrattenimento altrettanto modesto per gli invitati, mentre donna Carmela, la sorella donna Maria e il fratello don Edoardo ci rallegravano, alternandosi al pianoforte.
Come fummo felici!
Durante i mesi invernali le lezioni si tenevano, di sera, al tavolato, la grande cucina del Castello, alla presenza di Marinuccio, ospite abituale, di Vincenzo, il fattore sempre pronto a brontolare e a rimbrottarci e di donna Maria, l’angelo quieto e silenzioso, suggeritore delle risoluzioni dei problemi di aritmetica e geometria più difficili.
Donna Carmela soffriva d’insonnia e qualche volta, alle nostre letture monotone e spesso stentate, si appisolava. Allora si risvegliava il nostro spirito d’intraprendenza e con circospezione, cambiando persino voce, le chiedevamo i numeri da giocare al lotto. Lei in risposta farfugliava inconsciamente qualcosa come dei numeri, per la cui interpretazione si accendevano tra noi vivacissime lotta a gesti comici.Una volta, però, Domenico, il figlio del fattore, volle andare oltre e le chiese la ruota sulla quale giocarli. Successe un pandemonio, perché donna Carmela si ridestò dal torpore e, offesa per averla “presa per una sonnambula”, ci mise tutti alla porta. Il giorno dopo, alle nostre scuse, ci perdonò e riaprì i battenti della scuola: era nella sua natura dimenticare certi tipi di offese.
Spesso queste serate si tingevano di giallo e di mistero. Nostro padre e qualche altro genitore venivano al palazzo col pretesto di riaccompagnarci a casa. Invece, insieme a don Edoardo si chiudevano, fino a notte inoltrata, nella stanza di una delle torri e non permettevano a nessuno di entrare. Così, quasi sempre,rientravamo a casa da soli. Più tardi venimmo a sapere che quegli incontri avevano per scopo l’ascolto clandestino di Radio Londra, le cui informazioni sulla guerra erano più veritiere di quelle date dall’ E.I.A.R, sottoposta a severa censura.
Nella bella stagione, invece, la scuola si trasferiva nell’ampio locale dell’ingresso secondario del Castello, arredato con sedie, due lunghi tavoli e uno scaffale con alcuni libri.
In verità eravamo padroni di tutto il millenario edificio, degli spazi circostanti e del Ciglione in genere. Era questo il nostro mondo, il nostro paradiso dove trascorrevamo spensieratamente le giornate da mane a sera. Si tornava a casa solamente per il pranzo, per la cena e per dormire.
Gli abitanti delle casette basse, una volta dipendenza del maniero, e delle case di fronte all’ingresso principale sopportavano con benevolenza la nostra chiassosa allegria. Solo don Filippo, il sacerdote, non ci accettava anche per quel nostro correre dietro il sacrestano e irrompere su per gli sconnessi e pericolosi gradini del campanile per raggiungere l’orologio posto in cima e per il lancio con le fionde di piccoli sassi che, oltre a colpire le campane, ricadevano grandinando sui tetti sottostanti.
Ma quanta noia quella grammatica! “L’articolo è quella parte variabile del discorso che si mette davanti al nome per determinarlo o lasciarlo indeterminato” ; e quelle “tabelline”; e “quel 56 del 7×8” tanto duri ad entrarci in testa. Senza parlare, poi, del nome delle capitali da mandare a memoria.
Ci risollevava la ricerca di termini sul vocabolario e la lettura. Si sfogliano ancora davanti ai nostri occhi pagine di vecchie riviste delle sorelle Ciamarra giovinette con i prestigiosi nomi di Edoardo Scarfoglio, di Matilde Serao, di Ida Baccini. Balzano dai libri luoghi e immagini e rivediamo il giovane Abdilla percorrere velocemente e a piedi nudi “i madreporici scogli” dell’Oceano Indiano; la ragazza aristocratica, vestita di seta azzurra, pascolare la capretta come un’umile contadinella; Tis Ride esplorare le profondità marine racchiuso in una palla di vetro; la Regina delle nevi incappucciare di bianco i monti; il Principe travestirsi da mendicante…Rileggiamo donna Carmela nelle decrizioni di campi di erbe ondeggianti, di rosse distese di lupinella, di tripudio di ginestre e nell’indimenticabile affresco di Vallecupa: “Un lungo ponte dava argine ad una grande vallata di prato e di grano, che cominciava ad ingiallire: una conca scolpita da una mano greca”.
Però, la cosa più bella erano le lezioni all’aperto, le uscite didattiche, l’ascolto del silenzio, delle voci e delle musiche della natura .
Ci ritroviamo sulla cima del Ciglione o del Colle per studiare i punti cardinali, per conoscere i nomi dei paesi e dei monti sparsi nell’ampio orizzonte e a sera a ricercare nel cielo l’Orsa Maggiore, l’Orsa Minore, la Stella Polare, le Pleiadi…
Non di rado il mattino ci coglieva lungo le strade che portano ai piccoli centri, meta delle nostre escursioni, dopo aver goduto lo spettacolo dell’aurora. Guidati da donna Carmela, che procedeva a cavallo di un mulo, scortati e sorvegliati da Vincenzo, il brontolone, eccoci al Santuario della Madonna delle Stelle, eccoci al Biferno, eccoci sudati risalire la china verso Castropignano e qui affamati lanciarci sul desco apparecchiato dalla moglie del Barese, altro fattore dei Ciamarra. Mai mangiato minestre di fave e riso e zuppe di fagioli tanto saporite! E fu proprio per una scodella di queste minestre che Felice e Clemente vennero in malo modo alle mani e furono costretti a ricorrere addirittura alle cure del medico.
Veramente il rapporto tra gli scolari non era sempre dei migliori. Qualche volta i dispettucci, i bisticci e le baruffe sfociavano in aspre e plateali contese e richiedevano, nostro malgrado, l’intervento dei genitori, sempre pronti a dare “ragione” ai figli con manesche reprimende. Però eravamo anche capaci di rispettare accordi e intese, mantenere il silenzio e il segreto a costo di altrettante reprimende.
Improvvisamente, nel luminoso cielo della giovinezza donna Carmela detta la traccia di un tema: “Cosa vorresti fare da grande”.
Cosa vorresti fare? …Già, cosa ho fatto?…Cosa abbiamo fatto?
A questo punto i ricordi si disperdono, le luci si spengono e ci accorgiamo di essere rimasti in pochi. Ormai è scesa la sera.
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